C’è chi nasce in camicia e chi nasce in canotta. José Mourinho è nato in camicia, Rafa Benitez in canotta. Per capirlo, basta aguzzare la vista. Il primo è bello, magro, ricco. Il secondo è ricco, bruttarello e decisamente grassoccio. Nulla di male, per carità. Il problema è che i due hanno un distinguo decisamente più “pesante”. Il primo da Moratti ha avuto tutto, ma proprio tutto, quel che poteva ottenere: da Milito a Sneijder, da Lucio a Quaresma (!). Il secondo, invece, non ha avuto un bel niente, nemmeno una figurina da appiccicare all’armadietto dello spogliatoio. Perché Coutinho e Biabiany erano già nerazzurri mentre Balotelli è volato via senza colpo ferire.
Fossimo a scuola, il portoghese passerebbe alla storia come il figo della compagnia, mentre lo spagnolo rivestirebbe il ruolo dello sfigato del gruppo. E, come si sa, le etichette sono assai difficili da cancellare. Servirebbe qualche titulo da festeggiare, ma Rafa non ha cominciato nel milgiore dei modi: vittoria in Supercoppa italiana, sconfitta senza attenuanti in Supercoppa Europea. A dir la verità, non è cominciata troppo bene nemmeno l’avventura di Mourinho a Madrid; il Real, infatti, ha impattato 0-0 nell’esordio della Liga. Lo Special, però, invece che incassare le critiche è immediatamente passato all’attacco: “Non sono mica Harry Potter, non faccio magie. Vivo nel calcio e il calcio è realtà”.
Situazione agevole, quella del Vate di Setubal. Arrivare dopo il fallimento griffato Pellegrini è piuttosto agevole. Mica come arrivare all’Inter dopo il triplete di Mourinho. Questione di stimmate. O, più semplicemente, di canotte e camicie…
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Come può cambiare la vita in soli sette giorni. I primi a saperlo bene sono quei 3-4 milioni di tifosi giallorossi sparsi sul territorio. Dai pollici di Totti, si è passati alle lacrime di Mexes e darsi delle spiegazioni è quantomai facile. Sono tante e tutte possibili. Difficile, però, è individuare la maggiore. Innanzitutto, la pressione: l’Inter la sopporta da 5 anni, la Roma l’ha dovuta sopportare per poco più di 5 giorni. Ed è crollata. Secondo, la tenuta atletica: la Roma, al di là dei recenti successi (24 risultati utili consecutivi, ndr) non corre granchè. Con Totti in campo, corre ancora meno. La Samp, dal canto suo, è invece squadra assai tosta e in salute, e prevederne una buona prestazione all’Olimpico non era difficile.
Terzo, le scelte del tecnico: la rivoluzione copernicana attuata contro la Lazio era difficile da ripetere. Sfidare i re una volta è possibile, due è già più complicato. Ranieri, contro la Samp, una volta in difficoltà ha agito come non avrebbe dovuto e la frittata è stata automatica. Quarto: giocare senza centravanti - l’abitudine in casa Roma - oltre a un dispendio di energie maggiore comporta anche dei problemi evidenti davanti alla porta: come sarebbe finita Roma-Samp con Pazzini in giallorosso?
Adesso, paradosso dei paradossi, a ri-scucire lo scudetto dalle maglie dell’Inter dovrebbe essere la Lazio che contro la Roma ha subìto un un’umiliazione a fine gara ben superiore alla sconfitta subita sul campo durante la gara. Il 5 maggio insegna e Mourinho (in odore di impresa storica, leggasi Triplete) difficilmente farà la fine di Cuper. La differenza tra i due è evidente. Basta guardarli in faccia…
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Chi aveva visto giocare il Barcellona di recente, dall’andata delle semifinali di Champions League si aspettava un grandissimo spettacolo. Blaugrana, soprattutto. Nei quarti contro l’Arsenal e nella recentissma sfida del Barnabeu contro il Real Madrid, Messi e compagni avevano dato l’impressione di essere (quasi) onnipotenti; di poter disporre a proprio piacimento degli avversari; di potersi regalare giocate “aggratis” giusto per il gusto di divertirsi.
Al Meazza, però, a divertirsi è stato soprattutto Mourinho, il primo tecnico capace di rifilare due gol di scarto a Guardiola, l’unico tecnico dell’attuale Champions a riuscire a infilare 6 vittorie consecutive, l’unico tecnico - soprattutto - capace di cambiare mentalità alla più provinciale delle squadre europee: l’Inter.
Abituata ad affrontare le guerre con il coltellino svizzero nel taschino, la Beneamata si è finalmente attrezzata adeguatamente e, armata di tutto punto, ha cominciato ad affrontare Chelsea e Barcellona esattamente come affronta Siena e Bologna. Si può vincere, perdere o pareggiare, ma giocando per il jackpot finale. Non per prolungare l’agonia.
Mourinho, in questo, è stato un maestro. Viene in mente la dichiarazione rilasciata al “Chiambretti Night” lo scorso anno. Lo Special recitò così: “Dopo Liveropool, Mancini disse che se ne sarebbe andato. Dopo Manchester, io ho imposto una riunione per capire come fare a vincere il prossimo anno. Mi sembra che ci sia una grossa differenza…”. C’è, José, c’è eccome. Per questo, comunque vada la semifinale di ritorno, tutti oggi ti facciamo i complimenti. Anche se per trovare una squadra più debole vincere in campionato bisogna fare un’overdose di fosforo…
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Sarà il Cska Mosca l’avversario dell’Inter nei quarti di finale di Champions League. Dopo il Chelsea, almeno apparentemente, un avversario più agevole. Apparentemente, dicevamo, perché il calcio russo, e quello dell’Est in generale, è in prepotente evoluzione. Lo dimostrano i recenti successi di Zenit San Pietroburgo e Shakhtar Donetz in Europa League. Lo dimostrano, soprattutto, i pesanti investimenti economici dei proprietari dei club in questione. Di sicuro, però, non ci sarà un Drogba a togliere il sonno a Lucio e compagni.
Presumibilmente, comunque, ci sarà da fare i conti con la maggior freschezza atletica degli avversari che, causa pausa invernale lunga tre mesi, hanno cominciato la stagione da un paio di settimane. Precisato quel che c’era da precisare, va detto che Mourinho, adesso, non può avere paura. E dopo aver sovvertito il pronostico a Stamford Bridge, ora è “obbligato” a rispettarlo, quel pronostico.
A cosa ci riferiamo, quindi, con quella “s” tra parentesi nel titolo? Alle semifinali, ovviamente. Perché nell’eventuale penultimo “step” i nerazzurri, Arsenal permettendo, dovrebbero vedersela con il Barcellona, squadra quasi imbattibile nel doppio confronto, nei 180 minuti. Al Camp Nou, nel girone, l’Inter non pagò nemmeno il prezzo del biglietto. Giocarsela alla pari sarebbe davvero difficile. D’altronde, si chiama Champions League giusto?
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Le sentenze vanno rispettate. Sempre e comunque. La prima società a doverlo sapere è l’Inter che dalle decisioni dei giudici di Calciopoli ha tratto enorme vantaggio. In via Durini nessuno, nell’estate del 2006, si sognò di alzare un dito né tanto meno di rifiutare uno scudetto. E ci mancherebbe altro. Coerenza vorrebbe, però, che adesso Massimo Moratti facesse altrettanto, rimproverando i suoi e incassando multe e squalifiche varie. Sacrosante, tra l’altro.
Non è stato e non sarà così. L’Inter (e il suo presidente) a tutto pensano tranne che a mettersi l’anima in pace. Gli avvocati sono al lavoro per presentare ricorso. Come se mimare le manette, minacciare l’arbitro e menare (perché questo è quanto accaduto nel sottopassaggio di San Siro) non fosse di una gravità assoluta, punibile in maniera esemplare come, purtroppo, non (NON) è avvenuto.
La speranza, adesso, è duplice. Prima di tutto urge sperare che non venga utilizzata nessuna clemenza nei confronti di chi ha offerto uno spettacolo ignobile a tutta Italia. Poi bisogna augurarsi che Moratti e il resto della truppa facciano autocritica, imparando una volta per tutte la lezione. In campo si va per giocare a calcio, non per tirare calci né tanto meno per creare un clima da saloon.
Con Mourinho la partita sembra persa in partenza. La speranza è che Moratti porti a casa almeno il pareggio…
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Silenzio stampa dopo lo 0-0 con la Samp
Nessun tesserato dell’Inter davanti a microfoni e taccuini al termine della partita con la Samp. Una decisione che sarebbe stata presa dallo stesso presidente Massimo Moratti per evitare conseguenze disciplinari dopo un match tesissimo. L’Inter contesta Tagliavento, che ha espulso Samuel e Cordoba lasciando i nerazzurri in 9 per oltre 50 minuti. Tace Mourinho che, però, avrebbe sibilato uscendo da S.Siro “solo in sei possono farci perdere”
Bocche cucite, dunque. Probabilmente per digerire meglio una serata di decisioni indigeste ed evitare dichiarazioni come quelle gia’ costate deferimenti e multe a tecnico e societa’ nelle ultime settimane. Il silenzio stampa durera’ fino a martedi’, vigilia della gara di Champions League con il Chelsea. Ma Mourinho, che aveva cominciato la partita comodo e silenzioso in panchina, e’ stato a sufficienza esplicito quando incrociando i polsi ha mimato il gesto delle manette per una delle tante decisioni di Tagliavento che lo hanno fatto infuriare. L’atmosfera, resa calda anche dalla protesta con i fazzoletti bianchi inscenata sugli spalti dai tifosi nerazzurri, non e’ piaciuta all’amministratore delegato della Sampdoria Giuseppe Marotta: ”Bisogna tenere i toni bassi - ha detto – sono amareggiato come uomo di calcio per quello che ho visto”. Sugli episodi che hanno scatenato le proteste degli interisti Marotta ha detto che secondo lui si trattava di ”provvedimenti giusti, come giusta e’ stata l’espulsione di Pazzini”.
SAN SIRO: “PANOLADA” CONTRO TAGLIAVENTO
Inedita protesta, perlomeno a San Siro, dei tifosi nerazzurri contro l’arbitraggio di una partita. Durante il match con la Samp, verso il 10′ del secondo tempo, dagli spalti hanno sventolato fazzoletti bianchi per esprimere il proprio dissenso, poco dopo un’ammonizione a Eto’o, reo di simulazione nell’area di rigore doriana. Questo tipo di manifestazione, che era gia’ stata adottata dai tifosi del Napoli la scorsa settimana, affonda le proprie radici nel campionato spagnolo: nella Liga, infatti, la ‘panolada’ e’ molto diffusa, in genere come protesta dei tifosi nei confronti della propria squadra quando gioca male.
BALOTELLI-MILAN, IRONIA DEGLI ULTRAS
”Mario, ti sei divertito martedi’? Anche noi!”. Cosi’ i tifosi interisti in curva Sud a San Siro hanno ironizzato sulla presenza dell’attaccante nerazzurro Mario Balotelli in tribuna durante l’incontro di Champions League Milan-Manchester United di martedi’ sera. Prima della partita contro la Sampdoria, gli ultra’ nerazzurri hanno voluto scherzare su Mario ‘tifoso’ del Milan inserendo nello striscione anche una faccina sorridente. Questa iniziativa e’ stata anche un modo per ricordare la sconfitta della squadra allenata da Leonardo. Alla fine del primo tempo un nuovo striscione e’ apparso nello stesso settore. Stavolta i tifosi nerazzurri hanno auspicato per l’attaccante Mario Balotelli una trasferta in Inghilterra per la sfida di ritorno tra Milan e Manchester United: ‘Mario dimmi che vai anche a Manchester’.
In campo scendono i giocatori, ma oggi lo spettacolo (almeno in Italia) lo fanno soprattutto gli allenatori. Sulle prodezze di Totti, le giocate di Del Piero, i gol di Milito e gli scatti di Pato, infatti, stanno prendendo il sopravvento le dichiarazioni pre e post gara dei mister. La vigilia della 25.ima giornata, in questo senso, è stata uno spettacolo per il quale avremmmo dovuto pagare il biglietto.
Il primo a sparare dritto al petto dei rivali è stato José Mourinho. Nel mirino del portoghese la Juve (”C’è solo un’area lunga 25 metri”), la Roma (”Sa piangere bene”) e il Napoli (”De Laurentiis non avrebbe i soldi per pagarmi”). Particolarmente agguerrito è parso anche Leonardo il quale ha risposto stizzito niente-popò-di-meno-che al suo presidente: “Se Berlusconi non è soddisfatto basta una telefonata e tolgo il disturbo” ha detto Leo in conferenza stampa guardando dritto dritto le telecamere.
Nel marasma generale si sono tuffati anche Mazzarri (”Mourinho parla solo di soldi e con la squadra che ha potrebbe anche non allenare”) e Ranieri che, come l’allenatore del Napoli, ha risposto per le rime allo Special One: “Non deve essere così difficile passare da Abramovich a Moratti” ha detto il tecnico giallorosso.
Insomma, chi campa di informazione sportiva dovrebbe ringraziare sentitamente e portare a casa, anche perché se aspettassimo qualche dichiarazione al veleno dei calciatori potremmo andare in letargo per restarci il più a lungo possibile. “Devo farmi trovare pronto ma le scelte le fa il tecnico”, “Il gol non è tutto”, “Siamo stati sfortunati”, “I conti si fanno a fine stagione”, “Non è una partita decisiva”, “Pur di giocare sono disposto a fare anche il portiere” etc etc etc. Grazie, grazie davvero, siamo a posto così…
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Un tempo. Quarantacinque minuti. Tanta è durata l’illusione del Milan e dell’Italia intera che, adesso, si trova a tifare Inter e a gufare Carletto Ancelotti. A San Siro, contro il Manchester United, la squadra di Leonardo si è squagliata come neve al sole dopo mezz’ora di furore (e ottimo calcio) e prima di un finale di speranze (purtroppo inutili). Ad imporsi è stata la legge del più forte, notevolmente diversa dalla legge del più bravo. Il Milan di oggi non vale, per solidità e forza di squadra complessiva, il Manchester così come il calcio italiano non vale (e non da oggi) quello inglese.
Negli anni ‘90, per sette (sette) volte consecutivamente, abbiamo avuto (almeno) una squadra in finale. Negli ultimi sette (sette) scontri diretti con club inglesi, invece, siamo stati eliminati. Tutto è, ovviamente, tranne che un caso anche se i numeri spesso e volentieri traggono in inganno.
A rimanere ingannati, però, qui rischiano di essere soprattutto i tifosi del Milan che a fine partita sono stato illusi da Leonardo. “Vincere 2-0 a Old Trafford sarebbe normale” ha detto il tecnico rossonero. Impossibile sostenere il contrario, altrimenti sarebbe da licenziamento in tronco. Qui, però, siamo al limite del paradosso. Perché vincere in Inghilterra ed eliminare Sir Alex Ferguson è possibile, ma pensare che le cose non siano (notevolmente) cambiate rispetto a tre anni fa (quando Seedorf e Kakà fecero una testa così a Cristiano Ronaldo e Scholes) è pura illusione.
Adesso, tutte le speranze vanno riposte in Mourinho, chiamato al (mezzo) miracolo contro il “suo” Chelsea. L’Italia avrebbe bisogno di una bella iniezione di fiducia per tornare a credere di poter reggere il confronto con le inglesi. Perché gli anni ‘90 sono passati e sembrano lontani anni luce, ma come si gioca a calcio non ce lo possiamo mica essere dimenticato del tutto…
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Va bene: alziamo le braccia, deponiamo le armi, ci arrendiamo. Mario Balotelli è fatto come è fatto, prendere o lasciare. Nessuno lo cambierà mai e, anche se a noi non piace proprio sempre, prendiamo e portiamo a casa. Contro il Parma è andata in scena l’ultima puntata della sagra di casa: gol decisivo una manciata di secondi dopo l’ingresso in campo e nessuna esultanza. Perché? Perché quella, Super Mario, la utilizzerà quando serve, ovvero “nella finale del Mondiale”.
Fermiamoci un attimo a riflettere. Vi pare normale che un ragazzo di 19 anni non esulti (quasi) mai quando segna un gol? Vi pare normale che un ragazzo di 19 anni, mai convocato in Nazionale maggiore, pensi già a quando farà gol in finale di Coppa del Mondo? Vi pare normale che questo ragazzo di 19 anni, che svolge la professione più bella del mondo, passi più tempo a mostrare i muscoli che a sorridere?
No, non è normale. Ma il ragazzo in questione non è uno qualunque. Le stigmate del fuoriclasse le ha impresse sul suo corpo dal giorno della nascita e, come capita a tutti i fuoriclasse di qualsivoglia categoria, ha ego smisurato e voglia di sacrificio pari a zero. Cosa che, puntualmente, fa sclerare Mourinho il quale, al termine della gara del Tardini, ha rimproverato Mario per la duecentomilionesima volta in stagione: “Lui si ferma se perde una lente a contatto, Materazzi fa 50 metri di campo anche con un muscolo stirato”. A non cambiare MAI, sono almeno in due…
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