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Tag-Archive for "I sapori delle regioni"

Dall’Abruzzo, tacchino freddo alla canzanese lug 29

Sei persone a tavola, poco tempo e nessuna voglia di cucinare? Questa preparazione fa al caso vostro!
Quando c’è caldo non c’è voglia di stare in piedi accanto ai fornelli, ne’ di avventurarsi con preparazioni complicate: questa non lo è davvero e non è neppure molto costosa… Farete davvero un figurone col nostro TACCHINO ALLA CANZANESE

Canzano è un bellissimo comune in provincia di Teramo, posto fra verdi colline, e sembra vivere in una atmosfera fuori del tempo: questa è una preparazione “d’antan”, quando con poco bisognava fare molto e gli ingredienti, anche i più inusuali, non erano alla portata di tutti come accade oggi… Infatti, sono sostanzialente DUE: tacchino e pepe in grani.

Fate così.
Il giorno precedente fatevi disossare dal macellaio una giovane tacchinella (circa 2700 grammi): ricordate però di farvi consegnare anche le ossa, la carcassa, le zampe ed il collo che avrà tolto. La sera, prima di cena, preparate così: prendete una grossa pentola alta e capace. Passate sale grosso e pepe trito dentro la tacchinella: mettete anche una manciata di origano secco ed una di pepe in grani. Cucite il tacchino, mettetelo sul fondo della pentola e contornatelo con altro pepe in grani e con lesue ossa ben pulite. Coprite il tutto con acqua abbondante (fino all’orlo) e fatelo cuocere così, scoperto, in forno caldissimo. Ci vorranno tre ore, che potrete trascorrere tranquillamente cenando, guardando un film, leggendo un libro o discutendo coi vostri cari.

A cottura ultimata, togliete il tacchino dalla pentola, sciogliete lo spago e porzionatelo: mettetelo in una teglia larga ma con bordi rilevati: filtrate il brodo di cottura e copritene il tacchino. Mettete il tutto in frigorifero e, la mattina seguente, vi troverete una bella gelatina ambrata e profumata che copre la carne. Servitela così, tagliata a pezzi, accompagnandola con insalata mista e facendo seguire un buon dessert. Vincenzo Buonassisi definì questo piatto “un piccolo miracolo di ingegnosità culinaria, perchè basato su un’estrema povertà di ingredienti”….Per me, non è SOLAMENTE “ingegnoso”, è soprattutto BUONO!

Giovanna Motta

Il cacio alla palermitana lug 16

Nonostante le temperature, c’è chi non vuole rinunciare ai formaggi… il calcio contenuto nei latticini è indubbiamente molto utile per le nostre ossa, e poi (dietologi e colesterolo a parte) il formaggio piace a molti. E’ un piatto sempre pronto (basta aprire il frigorifero e servirsi), si “sposa” con qualsiasi contorno e (con un po’ di fantasia) ci da la possibilità di creare ricette piacevoli e non molto costose. Provate questo CACIU ALL’ARGINTERA e ve ne innamorerete come me ne sono innamorata io (e fatto innamorare i miei ospiti)!

La cucina palermitana è lo specchio della storia della città: tali conquistatori tali ricette, insomma, con un occhio di riguardo per la cucina araba e la sua terminologia. Questa, però, non è una preparazione molto antica (sembra): si dice che risalga al ‘700 e che debba il suo nome ad un non meglio specificato argentiere in fallimento. Gli affari andavano male, ma c’era necessità di mostrarsi sempre ricchi e generosi; a costo di lesinare, poi, sulla qualità di ciò che si metteva in tavola. Per cui si studiò questa preparazione a base di caciocavallo, ricca di aromi, in modo che il profumo (che usciva dalla cucina) sembrasse quello di un abbondante umido di selvaggina, o un’altra ricca portata di carne.
E si fa così:

Per 4/5 persone
gr.600 di caciocavallo fresco, morbido e piccante
aglio e origano a piacere
olio d’oliva e aceto (meglio se aromatico) q.b.

Affettate il caciocavallo, avendo cura che ogni fetta non sìa più alta di 1 centimetro.
Scaldate un po’ d’olio in padella con 1 spicchio d’aglio schiacciato finchè diventa bruna. Levatelo e mettete nel tegame le fette di formaggio.
Quando cominciano a rosolare, rivoltatele e bagnatele con l’aceto ed abbondante origano.Salate e pepate.
Appena le fette accennano a sciogliersi, il piatto è pronto.
Servite con (ovviamente!) buon vino siciliano!

Giovanna Motta

Gli spaghetti lucani con pinoli, pecorino e uva passa mag 13

Fu Terenzio Varrone a raccontarci, per primo, cosa si metteva in tavola in Basilicata. Parlando, infatti, delle salsicce, egli ci dice che i Romani “chiamano LUCANICA la carne insaccata in un budello, perchè i nostri soldati hanno appreso il modo di prepararla dai Lucani”. LUCANICA o LUGANEGA è, da allora, sinonimo di salsiccia. Ciò sta a dimostrare che in cucina poco cambia col tempo: forse solo ciò che è soggetto allo sviluppo della tecnologia muta, ma ciò che è legato al gusto, no… o, perlomeno, non sempre! Ma non di sola LUCANICA vive la BASILICATA! E noi di Pronto in Tavola vi proponiamo invece un primo piatto gustoso ma velocissimo da preparare, con pecorino e uva passa.


I miei ricordi di adolescente vanno ad un (purtroppo) breve soggiorno a Materna: una Città Del Silenzio (direbbe Dannunzio) in una regione dove ogni angolo, ogni anfratto verde è una scoperta. E dove il Tempo sembra essersi fermato per rispetto all’Uomo, alla sua parte migliore che non conta i giorni in ore-minuti ma in istanti di aggregazione nel bello. Ricordo le piccole olive nere, gustosissime, ed il vino di Rionero e Ripacandida: bevute quasi “aperitive” (nonostante la gradazione piuttosto elevata) in attesa di un pasto che si annunciava frugale, ma ricco di sapori inediti. Accanto a me si mangiavano le lumache con l’origano, mentre io cercavo di gestire una enorme (per le mie abitudini) porzione di involtini di cavolo (?) coi ciccioli, secondi serviti con un ricco contorno di cappelle di funghi piccanti cotte al forno… Il tutto, però era stato preceduto da un piatto molto particolare…

SPAGHETTI CON PECORINO ED UVA PASSA

PER 4-5 PERSONE:
gr.450 di spaghetti integrali
3 pugni abbondanti di uva passa (fatta rinvenire in vino bianco o in acqua bollente)
2 cucchiai di pinoli A TESTA
Olio d’oliva possibilmente di frantoio
Pecorino, sale e pepe nero q.b.

Preparazione
Si cuoce la pasta al dente in acqua salata: la si scola, la si condisce con l’olio crudo, l’uvetta, i pinoli ed il pepe. Poco prima di infornarla (al caldo cer circa 5 minuti), la si cosparga di abbondante pecorino. Toglierla dal forno e servirla subito, ben calda.
Giovanna Motta

Arancini sì, ma siciliani! mag 07

Profumo di mare e di arancini: è quello che sorprende il nostro olfatto, se si arriva in Sicilia sulle navi traghetto. Pranzare con arancini e buon vino rosso, mentre si va da Villa San Giovanni a Messina, è una delle gioie della vita che DEVONO essere provate. E’ l’arancino/a acquista un sapore che non è quello che si sente consumandolo nelle molte rosticcerie “continentali”: forse, è l’aria che cede un poco dei suoi profumi, della sua magia… Ma come si fanno gli arancini? Noi di PRONTO IN TAVOLA tentiamo una risposta.

Innanzitutto il sesso: arancini o arancine? Per i catanesi sono maschi (più piccoli e, spesso, senza zafferano), per i palermitani sono femmine (e piuttosto grosse). Per noi continentali sono sempre maschi, riservando il femminile come diminutivo per le piccole arance (frutta). E poi sono il compendio gastronomico del passato, delle influenze lasciate dai vari conquistatori:

Influenza greca: il canestrato (formaggio) che, a dadini, viene unito al ripieno
Influenza araba: riso e zafferano
Influenza spagnola: il pomodoro
Influenza francese: il ragù

Possono essere fritti, o avvolti in pasta sfoglia e infornati. A volte cambiano forma come cambiano farcitura e condimento: ovoidali ( con pollo e verdura), tondi (col burro), leggermente piatti (col ripieno di carne). La preparazione? Beh, c’è praticamente una ricetta per ogni cuoco: ricordo quelli con ragù di pesce e melanzane che gustavo da piccola, o quelli con pollo e fave… Abbiamo scelto una delle tante ricette e, per 4 commensali, più o meno si preparano così:

ARANCINI SICILIANI

INGREDIENTI:
Mezzo chilo di riso
gr.60 di farina bianca
Mezza bustina di zafferano
3 uova
gr.60 di pecorino grattugiato e altrettanto pangrattato
Olio d’oliva, sale e pepe q.b.

PER LA FARCITURA
gr. 300 circa di carne trita
gr.80 di piselli(possibilmente freschi)
1 cipolla grossa
gr.80 di concentrato di pomodoro
1 gambo di sedano (facoltatico)
gr.120 di formaggio tenero a dadini
Olio, sale e pepe q.b.

Preparazione
Preparate il ragù in modo tradizionale, con il soffritto di pomodoro, cipolla e odori a piacere, nonchè il trito di carne. Lasciatelo raffreddare. Fate bollire in acqua il riso con poco sale, e scolatelo a dente.
Ancora caldo (purchè, ovviamente, maneggiabile) disponetelo a fontana sul tavolo ed amalgamatelo al pecorino, lo zafferano (preventivamente disciolto in poca acqua calda) e due uova ben sbattute.
Quando l’impasto è ben solido, con maestrìa da scultore (sic!) plasmate nella vostra mano sinistra metà dell’arancino: lasciatevi una nicchia per potervi inserire una cucchiaiata di ragù ed un “dado” di canestrato. Coprite il tutto con altro riso e cercate di “farvi la mano” per imparare a plasmare l’arancino nella sua forma definitiva. Passate gli arancini nella farine, poi nell’uovo sbattuto, poi nel pangrattato: friggetelo in olio bollente (o strutto) in una padella capiente che ne permetta il galleggiamento e la doratura uniforme. Sgocciolateli, riponeteli in una teglia e passateli in forno caldo: lì si “asciugheranno”, acquistando il loro aroma inconfondibile. Accompagnateli con un buon vino rosso siciliano.

Giovanna Motta

Per la cucina regionale, passatelli alla marchigiana apr 16

Ha un aroma ed un gusto delicato, è il giusto supporto per sapori e profumi di tante preparazioni squisite, senza però appesantirle. E dunque, VIVA SUA MAESTA’ IL BRODO e I PASSATELLI MARCHIGIANI. Sua Maestà ha molte facce, ma quella originale è il CONSOMME’: funge da “apripasto”, spesso in compagnia del Nobile Cognac, preludio ad una refezione che si suppone sofisticata ma, a volte, non è altro che un rimedio per l’inappetenza riottosa. Il secondo “look” di Sua Maestà si potrebbe definire “BRODO per PASTA RIPIENA”: delizioso, non c’è che dire, questo abbraccio liquido e caldo intorno all’involucro di pasta all’uovo che custodisce il suo tesoro nascosto! Un altro “modus” è l’unione BRODO/PATATE, inventata e nobilitata in territorio francese da Monsieur Parmentier, quasi preludio ad una più sostanziosa Vichyssoise.  

Ma l’unione fra le più eclatanti è quella BRODO/UOVA; il risultato è un piatto nutriente, poichè una delle caratteristiche del brodo è l’assorbire gusti e aromi di tutti gli altri componenti, formando delle mescolanze armoniche assolutamente inedite, differenti ogni volta che ciò accade. Ulteriore panorama di sapori si presenta in questo piatto, che unisce, nella culla del brodo, carne, verdura e formaggio.

PASSATELLI DI CARNE ALLA MARCHIGIANA
Ingredienti per 4  persone

Gr.250 di carne di manzo magrissima
Gr.250 di spinaci
Gr.60 di burro
2 cucchiai di mollica di pane raffermo macinata
4 uova
noce moscata e sale q.b.
circa 1 litro e mezzo di brodo di manzo
parmigiano grattugiato abbondante

Mettete nel tritatutto la carne e gli soinaci già lessati in acqua salata: mescolate bene, aggiungendo poi gr.200 di parmigiano, mollica di pane, il burro e le uova. Dovete ottenere un impasto omogeneo e morbido: insaporitelo a vostro gusto con sale e noce moscata.
Versate il brodo in una pentola, portatelo ad ebollizione e poi abbassate la fiamma: lasciatelo sobbollire appena, e preparate i passatelli con l’apposito torchietto, lasciandoli ricarede nel brodo bollente.
Lasciateli cuocere oer circa 5 minuti, poi portateli in tavola passando altro parmigiano grattugiato, se piace. Servire con un buon vino marchigiano, magari della zona del Cònero.

Giovanna Motta

Formaggi golosi: il Frico friulano mar 26

Il paesaggio va dalle asperità montane più cupe al mare più interno e luminoso e, all’apparenza, più addomesticato. Il dialetto è dolce, quasi soave, ricco di sonorità e desinenze latine: la cucina del Friuli mantiene, più di ogni altra scienza, i dettami delle sue origini. Ed è tutta una scoperta, proprio perchè non si auto celebra ne’ si esporta facilmente (al contrario di molte altre tradizioni gastronomiche) e ci regala piatti semplici e indimenticabili, come questo FRICO che ho gustato a Venzone, anni or sono.

Ricette e sostanze sono uguali, o quasi, al di la del trascorrere del tempo: SOPIS INDORADIS (una frittura di pan bagnato nel latte) discende direttamente dai “DULCIA DOMESTICA” di Apicio(1° secolo d.Ch.), passa attraverso la “SUPPA DORATA” di Maestro Martino (1450) e arriva sino a noi per consolare i golosi.
La “ROSADA” (un dolce che potrebbe somigliare alla panna cotta) prende le mosse dalla “TYROPATINA” di Apicio. I “CJALZONS” altro non sono che i “CALISCIONI” del suddetto Martino (con alcune modifiche, ovviamente!), un dolcetto farcito di grande semplicità ma di grande bontà. E poi, il “FRICO”, anch’esso sembra essere figlio di Martino che, guarda caso, lavorò a Roma come capocuoco per il Patriarca di Aquileia. Infatti, il suo “CASO IN PATELLECTE” (”Formaggio in padellino”) si può dire davvero che sia il papà del

FRICO

Per 4/5 persone:
gr.600 di formaggio di latteria ben stagionato
gr.600 di patate tagliate a pezzetti
gr.80 circa di lardo
sale q.b.

Tagliate a dadini il lardo e rosolatelo, in una padella bassa e larga, a fuoco minimo: aggiungete le patate ed il sale. Coprite e lasciate cuocere per circa 20 minuti; incorporate poi il formaggio tagliato a fettine sottili, mescolando bene. Rosolate il frico ben bene da entrambi i lati, eliminando man mano il grasso in eccesso, finchè non formerà una crosticina dorata. Servite subito, ben caldo, ovviamente accompagnato da un buon bianco secco friulano!

Giovanna  Motta

Dalla Sicilia ecco gli “sfinci” per la festa di San Giuseppe mar 19

Da sempre protettore dei falegnami, San Giuseppe, nel 1870, fu proclamato “patrono” di Santa Madre Chiesa da Papa Pio IX°: in Sicilia, però, il suo culto sembra essere più diffuso che in altre regioni. La festa in suo onore non è solo un momento di aggregazione, ma anche l’occasione di ritrovarsi in una comunità di cui ci si sente parte integrante in modo irrinunciabile, nella quale il momento del pasto comune acquista una ritualità antica. Uno dei momenti esaltanti della festa è il cosiddetto “BANCHETTO DI SAN GIUSEPPE” che, secondo gli usi locali, prende nomi differenti: ALTARE, oppure CENA, o TAVOLATA.
E non mancano mai gli SFINCI.

La “ALTARE” altro non è che una tavola, a volte a più ripiani, ricchissima di pani dalle forme più strane, ricolma di numerose pietanze e dolcetti, bordata da finocchi dai lunghi pennacchi profumati.
All’ora del pranzo, tre persone si avvicinano: un vecchio ( il Santo), una ragazzina (Maria) ed un bimbo (Gesù). Il vecchio benedice la tavola con una formula molto antica, e si inizia a mangiare.
Da tutte queste meraviglie di sapori non ho potuto fare a meno di sceglierne una, gli SFINCI.Procuratevi, però, la poche per farcire i dolci! 

RICETTA PER 5/6 PERSONE:

Gr.300 di farina
8 uova
mezzo litro d’acqua
Gr.180 di strutto
sale q.b.
Mezza busta di lievito
Gr.120 di ricotta di pecora
Gr.80 di zucchero a velo
1 pugno abbondante di goccie di cioccolato fondente
e altrettanto di scorzette d’arancia candite
strutto per friggere q.b.
1 dozzina di ciliegie candite

In una pentola con fondo antiaderente sciogliete lo strutto, aggiungete il sale e poi versatevi farina ed acqua, mescolando energicamente per non lasciar grumi nell’impasto.
Sarà pronto quando comincerà a staccarsi dai bordi della pentola: per cui spegnete il fuoco, mettete il tutto in una grossa ciotola ed aggiungete le uova (1 alla volta, sempre ben mescolando) ed il lievito.
Amalgamate bene, prelevatene a cucchiaiate e friggetelo nello strutto bollente: appena cotti, ponete gli SFINCI sulla carta assorbente.
A parte, preparate il ripieno: in una ciotola mescolate zucchero, ricotta e gocce di cioccolato. Mettetelo nella sac-à-poche e farcitene gli SFINCI: mettere un poco dfi9 ripieno anche sulla parte superiore e guarnitela con le scorzette d’arancia e le ciliegie candite.

Giovanna Motta

La “panissa” di ceci ligure mar 15

…ma tornemmo all’argumento
    che ro Coego fa camin!
        (anonimo,1791)

Come spesso accade nella cucina tradizionale delle località che s’affacciano sul mare, anche in Liguria si faceva cucina con poco, e con ciò che capitava sottomano: se si doveva acquistare qualcosa, lo si faceva con “aristocratica parsimonia” (così scrive uno scrittore ligure, Giuseppe Marcenaro), contando con cura il numero e la quantità delle porzioni. La cucina ligure, lungi dall’essere autoctona, risente delle influenze di regioni vicine e dei traffici con le antiche colonie della Repubblica di Genova.

Della tradizione ligure noi vi proponiamo la “panissa” di ceci… 

Difficile è affermare che i piatti sono tipicamente e autenticamente genovesi o liguri, salvo alcuni casi in cui alcuni degli ingredienti (ben identificabili con la terra ligure) non diano la sensazione che il piatto è stato creato “in luogo”. Ma è difficile: semmai bisogna ricercarla nella povertà di alcuni specifici piatti o nell’assurda, in contrasto, ricchezza di alcuni altri. Il cibo dei Liguri è come il loro carattere: di grande semplicità, con pochi elementi e molto lavorati per trarne il meglio. Ed è questa della pazienza in cucina una delle caratteristiche peculiari che, più di ogni altro elemento, fa ritrovare una caratterizzazione “ligure” nella maniera di confezionare le vivande… con quelle varianti tipiche di una cucina povera che utilizza le cose del posto dove sono preparate, e fa sì che molti piatti appaiano diversi fra il Levante ed il Ponente.

Unico comun denominatore, l’olio d’oliva. E’ comune a tutta la regione, questo antico albero. Diversi sono persino i pesci, da luogo a luogo, ma una matrice accomuna tutto: fare con pazienza per ottenere il migliore dei risultati.

LA PANISSA LIGURE : FARINA DI CECI E SALE
E’ un piatto comune alle coste che s’affacciano sul Mediterraneo, ma che diviene superbo se condito con l’olio ligure, leggero, saporito ma delicato. Risale veramente alla notte dei tempi e, per secoli, è stato il piatto forte nei pasti più poveri; purchè mescolata con pazienza (per non far attaccare il tutto al fondo della pentola), aiutava a sfamarsi con poca spesa. La preparazione? E’ di una semplicità disarmante.

Far intiepidire in una pentola un litro d’acqua salata: ritirarla dal fuoco e stemperarvi a poco a poco, mescolando sempre, della farina di ceci. Quando è ben amalgamata, riporre la pentola sul fuoco e far cuocere a fuoco medio per circa 45 minuti, mescolando in continuazione.

Può essere consumata sia calda che fredda, e condita con olio, limone e pepe (io preferisco quello verde). Versate la panissa in piatti fondi e lasciatela raffreddare: è ottima sia condita che tagliata a dadi e posta a rosolare (in olio, ovviamente!) con abbondante cipolla ben sminuzzata. E’ ottima anche tagliata a striscie e fritta.

Un’avvertenza tutta ligure, saggiamente risparmiosa: le dosi di farina variano secondo l’uso.
Per cui, se la gustate a caldo, per 4 persone ne basteranno 275 grammi: se fredda ce ne vorranno “ben” 300!

Giovanna  Motta

Il piatto regionale preferito dagli italiani? La pasta alla norma siciliana feb 19

La pasta alla norma siciliana è la specialità regionale preferita dagli italiani. Così almeno ha decretato il sondaggio realizzato in questi giorni nell’ambito della quarta edizione del Bit Tourism Award, evento collaterale alla Bit, la Borsa internazionale del Turismo, che si tiene a Milano. Nella votazione (online) dietro alla pasta alla norma si sono piazzati altri storici piatti come la fiorentina toscana e i pizzoccheri della lombarda Valtellina.

Il premio di piatto dell’anno è stato consegnato dalla conduttrice televisiva Federica Panicucci all’assessore regionale per il Turismo, Nino Strano. Che così ha dichiarato: “E’ la conferma che la tradizione enogastronomica siciliana continua a esercitare un fascino particolare nei confronti dei viaggiatori. La Sicilia e’, comunque, anche una terra ricca di tradizioni. Per questo motivo siamo pronti a una nuova sfida: nel 2010, la nostra Isola si presentera’, infatti, come capitale della cultura in tutta l’area del Mediterraneo”.